Perché a Stati Uniti e Cina conviene la tregua su (quasi) tutto

Dopo le ripetute stoccate diplomatiche tra Pechino e Washington, ora si prospetta una fase meno guerreggiata dei rapporti interni al G2
5 APR 10
Ultimo aggiornamento: 23:06 | 22 AGO 20
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Nelle settimane passate, finché erano a distanza di sicurezza, Stati Uniti e Cina non si sono risparmiati le stoccate diplomatiche. Ma nei prossimi tre mesi l’agenda internazionale porterà i rappresentanti di Washington e Pechino a sedere fianco a fianco in una serie di vertici di alto livello, e così – secondo gli analisti – si prospetta ora una fase meno guerreggiata dei rapporti interni al G2. Non foss’altro perché in questo modo i risultati dovrebbero seguire più facilmente.

La lunga telefonata di giovedì tra Barack Obama e Hu Jintao, almeno da un punto di vista mediatico, ha praticamente oscurato il braccio di ferro tra i due paesi sulla vendita di armi a Taiwan, le polemiche seguite all’incontro di febbraio del presidente americano con il Dalai Lama e il tira e molla diplomatico sulla libertà in Rete. Perfino sui dossier economici più delicati, come quello della politica monetaria, si torna a parlare di “tregua”. Certo, ancora ieri il portavoce della Casa Bianca ha ribadito che “il presidente Obama preme per uno yuan orientato al mercato”, e quindi non più agganciato al dollaro come invece è stato dall’inizio della recessione. Ma intanto Timothy Geithner, segretario al Tesoro, ha posticipato la pubblicazione del rapporto semestrale sulle politiche valutarie dei maggiori partner commerciali americani prevista per il prossimo 15 aprile. Era la sede in cui Washington avrebbe potuto accusare Pechino di “manipolare” il cambio, essenzialmente per favorire il proprio export ai danni degli Stati Uniti e a discapito degli equilibri economici globali. C’era un’ampia schiera di deputati, senatori e opinionisti – uno fra tutti: il premio Nobel Paul Krugman – rigorosamente bipartisan in questo caso, che erano già pronti a spingere per l’approvazione di sanzioni commerciali. L’Amministrazione deve essersi convinta che “ritardare era l’unico modo per evitare una guerra commerciale”, come ha scritto Bill Emmott, già direttore dell’Economist, sul Sunday Times. Non solo, la preparazione della visita diplomatica di Geithner in India ha forse contribuito a fare chiarezza su un punto: “C’è un grosso tema che è di potenziale interesse comune tra Stati Uniti e India, il tasso di cambio cinese – ha notato Arvind Subramanian, senior fellow presso il think tank americano Peterson Institute for International Economics – Il tasso cinese sottovalutato colpisce le economie emergenti come quella indiana in maniera anche maggiore di quanto non faccia con l’America”.
E se la politica monetaria cinese non pone problemi soltanto agli Stati Uniti, ma anche a Europa, India e tutta una serie di altri paesi, è verosimile che l’approccio multilaterale possa consentire di fare maggiori passi in avanti rispetto a uno scontro diplomatico frontale. Anche perché le autorità di Pechino hanno la tendenza ad irrigidirsi nelle loro posizioni se pressate in maniera troppo energica dall’esterno, per non apparire deboli rispetto alla propria opinione pubblica. Mentre forse, come iniziano a dire anche economisti e think tank dell’ex impero celeste, una rivalutazione in fondo conviene a tutti: “Con l’inflazione in crescita e le riserve di valuta estera in aumento verso un livello assurdo di 2,5 trilioni di dollari – osserva Emmott – la Cina ha bisogno di apprezzare la propria valuta”. Di tutto questo si parlerà al vertice del 23 aprile con i ministri economici del G20.

Ma a Washington e Pechino si guarda già al summit su nucleare e sicurezza convocato la prossima settimana negli Stati Uniti, oltre che all’appuntamento di maggio nell’ambito del dialogo strategico bilaterale e al G20 di giugno. Occasioni nelle quali Obama cercherà un sostegno concreto del presidente cinese Hu Jintao per le trattative con Teheran, magari trasformando la “tregua” sullo yuan in un’alleanza pro sanzioni.